venerdì 31 luglio 2015

PRESENTI AL PRESENTE 2 - Ascolta, nutri, impara

- “…ma io non voglio perderti…”
-“Ma io sì!” (da “Dialoghi dal Passato”)

Stare presenti al presente è dunque una delle sfide più ardue per l’essere umano, continuamente a sballottato dalla sua mente indisciplinata in una miriade di pensieri, fantasticherie, preoccupazioni o rimpianti. Non a caso la più alta forma di meditazione sembra proprio essere l’aderenza piena alla Vita e a se stessi, in un apparente gioco di paradossi  ben condensato dal famoso detto zen “Quando cammini, cammina. Quando mangi, mangia”.
Ora, senza voler per forza aspirare a questo stato di Presenza che sembra così trascendentale e che in realtà, a sprazzi, forse tutti abbiamo già sperimentato, ci sono anche esercizi più semplici per imparare a essere dove siamo, semplicemente e totalmente. 


Per esempio, la prossima volta che un amico,  un parente o un familiare viene a parlarci, sperimentiamo il seguente rituale di alta magia iniziatica, ossia ascoltiamolo evitando di:
  1. interromperlo iniziando a raccontare i fattacci nostri
  2. interromperlo con le nostre premature interpretazioni e commenti personali
  3. interromperlo con i nostri consigli, specie se non richiesti

Forse noteremo che ascoltare attentamente il nostro prossimo senza assentarci nei nostri pensieri e trattenendoci dall’intervenire nei suoi è meno facile di quello che sembra. Potremmo perfino scoprire che magari abbiamo qualcosa da imparare da tutti, perfino da zia Matilda che viene a raccontarci cosa ha comprato stamattina alla Coop, se non altro le offerte e i ribassi della giornata. 

##Vedi post precedente "Yesterday, all my troubles..."


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PRESENTI AL PRESENTE 1 - “Yesterday, all my troubles seemed so far away…”

“What I love about the past is that it's over! - Ciò che amo del passato è che è passato!”  (Byron Katie)


Spesso scrivo cose come ‘andare leggeri attraverso la vita’  o ‘prendere meno sul personale la nostra storia personale’. Ripeto, sicuramente è per giustificare la mia memoria mostruosamente corta per cui tendo a dimenticare molto, specialmente quando qualcosa o qualcuno è stato digerito, metabolizzato e in qualche modo accolto nella mia comprensione. 
Del resto, il nostro bagaglio di esperienze passate può avere una doppia valenza: costruttiva o distruttiva. In senso costruttivo, un passato a cui siamo riusciti a dare un significato e in cui si riconoscono insegnamenti e ricchezze può fare da “archivio delle cose buone” a cui attingere nei momenti di crisi. 


Diversamente, un passato idealizzato - la classica “età dell’oro” o la “relazione speciale” che “non tornerà mai più” è invece un forte deterrente rispetto alla capacità di cogliere le opportunità del presente. La rassegnazione fatalistica - da non confondersi con l’accettazione serena - può anzi fare da perfetto giustificativo all’inesauribile lamentela sulla condizione attuale. 
Dimorare troppo a lungo nel passato, perdersi in analisi minuziose e tendenziose, massacrarsi nei sensi di colpa o crogiolarsi in vecchi momenti di gloria generalmente ci rende poco presenti nel presente, oltre ad essere un atteggiamento egocentrico che dopo un po’ ci fa restare sulle balle perfino al nostro cane. Altro svantaggio è che sviluppiamo la tendenza a distorcere anche la realtà attuale, oltre che quella passata, perché quasi automaticamente ci accomoderemo gli eventi in corso  come facciamo per quelli ormai andati, cioè un po’ come ci pare.



Ecco perché non è sempre necessario andare a rimestare continuamente  e morbosamente nell’infanzia, nella storia familiare o addirittura nelle presunte vite passate: di solito,  ciò che serve per il prossimo passo di consapevolezza è proprio sotto al nostro naso, ben manifestato dal nostro abituale modo di pensare, sentire e agire. Il mio ‘io’ di oggi sintetizza mirabilmente tutti i traumi e le glorie dei miei ‘io’ di ieri; se ho un quoziente d’intelligenza medio non mi occorrerà l’ipnosi regressiva per collegare una vita medievale da zingara al totale caos del mio armadio attuale.

##Continua nel post seguente "Ascolta, nutri, impara"



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mercoledì 1 luglio 2015

CORAGGIO E LIBERTÀ

“Parliamo di forza distruttiva e realmente la forma è distrutta, ma nella rottura della forma qualcosa viene liberato. Se fossimo in grado di ricordare sapremmo subito, in presenza di qualsiasi forma dissipata, che siamo anche di fronte a una vita allargata.” (A.R. Weaver)

“Wie froh bin ich, dass ich weg bin - Come sono felice, di essere andato via” (Incipit del ‘I dolori del giovane Werther’, J.W.Goethe)


In molte citazioni e aforismi viene sottolineato il legame tra l’aspirazione alla libertà e la virtù del coraggio: sembrano quasi affermare che la libertà è per i coraggiosi, più che per gli oppressi. L’oppresso può arrivare al grado di disperazione tale in cui non ha più nulla da perdere ed ecco che diviene coraggioso e agisce coerentemente a quello che per lui, in quel determinato momento, rappresenta la possibilità di liberazione.


Come mai qualcosa come la libertà, comunemente connotata in senso positivo, viene così scarsamente applicata e associata alla richiesta di coraggio? Forse perché il processo di liberazione, necessario per conseguire una maggiore percezione di libertà, ha molto a che fare con uno dei tabù della nostra società : la morte. Morte di cosa? Il più delle volte si tratta di morti psicologiche, legate a qualche immagine di noi a cui siamo affettuosamente attaccati: ‘La studentessa modello’, ‘il manager di successo’, ‘la fidanzata di…’, ‘il figlio perfetto’, ‘la madre buona’ ecc…


Oppure la morte di una relazione, anch’essa  una vera e propria entità psicologica ed energetica che trascende i singoli membri e che lotta per sopravvivere, talvolta a scapito della salute o della felicità dei suoi ’creatori’. Ogni forma è un sistema, ossia un campo di energia e coscienza, sia essa un gruppo, una coppia, una famiglia, un individuo o anche semplicemente una convenzione sociale o un ruolo stereotipato con cui ci identifichiamo. Nel caso della relazione di coppia è spesso più facile infliggerle una morte apparentemente parziale attraverso il tradimento piuttosto che tentare di rifondare il patto di amore e intimità oppure lasciarsi. 


Il tema della morte percorre molta della nostra letteratura e viene spesso inteso come un trascendere il limite umano pervenendo a un maggior grado di liberà e conoscenza. Da qui è sorto anche un culto malsano della morte fisica come se fosse realmente necessaria per attingere a chissà quale grado di evoluzione, laddove il più delle volte è un miope tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità o una protesta contro la vita che non va come vorremmo noi. Ritengo tuttavia molto più coraggioso restare su questo piano di vita e affrontare quotidianamente le morti interiori che derivano dal mettersi in discussione, chiedere scusa, rompere relazioni patologiche, cercare nuove risorse o sperimentare un po’ di silenzio e solitudine.

Sperimentare un autentico senso di libertà sembrerebbe quindi possibile nella misura in cui sappiamo gestire e integrare in noi il concetto di separazione, perdita, fine. Ciò presuppone un reale coraggio, inteso come fiducia nella vita, nei suoi processi invisibili di rinascita ed espansione, nella sua abbondanza e nella sua giustizia che sfida la nostra comprensione limitata. Saremo più liberi - e forse anche più in pace- nel grado in cui sapremo veder zampillare da una fine, un nuovo inizio  - e da una morte, una vita più piena immersa in una forma più ampia e vasta. 


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