lunedì 27 marzo 2017

LICHTZWANG - Forzata alla Luce

Fasci di luce mi accendono/Fasci di luce mi infettano - Lichtbänder stecken mich an - Lightbands set me on fire/Lightbands infect me’. (Paul Celan)

“Human kind can not bear very much reality - Il genere umano non può sopportare troppa realtà” (T.S.Eliot)


Qui di seguito, una delle mie poesie più sofferte, che prende spunto da un commento di Horst Bienek all’ultima silloge di Paul Celan: “Forzato alla luce: così si chiama l’ultima raccolta di poesie. ‘Forzato alla luce’: parole da meditare, non da concettualizzare. Forzati, piegati dalla luce come un insetto, che è rimasto chiuso in una pietra. Una pietra non può sanguinare, ma può brillare. - Lichtzwang, so heißt der letzte Gedichtband. Lichtzwang: auch so ein Wort, über das man nicht gerade spekulieren, aber doch noch ein wenig nachdenken sollte. Darübergebeugt wie über einem Insekt, das im Stein eingeschlossen ist. Ein Stein kann nicht bluten. Aber ein Stein kann leuchten.”



PIETRA 


Forzata alla luce
Forzata a fiorire
mi dissero: ‘Inizia’
Forzata a finire

Sacra sorgente
il mio cuore è pietra
una pietra non sente
non può
fiorire
forzata alla luce
non può sanguinare

Un diamante è pietra
forzata a brillare


La poesia si trova nel mio ultimo libro di poesie e racconti reperibile al seguente link: Variazioni su Tema
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lunedì 6 febbraio 2017

VOLER-SI BENE E VOLERSI BENE

“Dio mio, quanto ancora dovrò sopportarmi?” (Sara Bini)


Ho la fortuna e, allo stesso tempo, la responsabilità di essere circondata da grandi amici che quotidianamente mi offrono la possibilità di crescere e imparare con loro - grazie a loro. Nell’odierna babele delle relazioni umane, in cui ognuno sembra parlare una lingua diversa, è un onore e un dono impagabile trovare qualcuno con cui aprirsi e, per quanto possibile, capirsi.
Devo molto alla Vita e alle persone con cui Essa si è manifestata e si manifesta nella mia esistenza. Per quanto io possa lamentarmi e recriminare  - per inciso, uno dei miei sport preferiti - nei rari momenti di lucidità sono costretta ad ammettere che i miei genitori, i miei parenti, i miei amici e perfino i miei ex sono stati meravigliosi, semplicemente perfetti.


Hanno sempre portato e continuano a portarmi esattamente ciò di cui ho bisogno - anche se tendo a capirlo in differita, ossia con qualche qualche annetto di ritardo. Del resto sono sempre stata un po’ debole di comprendonio e mi si perdonerà anche per questo.
Tutti coloro che sono passati o che tuttora permangono in tale mia avventura terrestre ne rispecchiano fedelmente i limiti e le potenzialità. Mi hanno ricondotta alle mie paure, ai miei rancori, alle mie incongruenze, alle mie imperfezioni. Allo stesso tempo, mi hanno anche messa in contatto con la mia capacità di amare, la mia determinazione ad andare avanti, il mio coraggio di portare luce.


In tutto questo processo, comincio a percepire la Vita come Una, nel senso che l’altro è davvero una parte di me: se tradisco un fratello - tradisco me stessa, se mi sforzo di amarlo e non giudicarlo, apro uno spazio di amore e non giudizio anche per me.
A volte è più facile definire l’amore in negativo che in positivo. L’amore non è, per esempio, aspettare che l’altro si conformi ai nostri bisogni e alle nostre aspettative. Non è volerlo modificare, neppure per il suo bene - cosa che presuppone un certa quantità di giudizio e arroganza da parte nostra. Amore non è aspettare la Principessa o il Principe Azzurro che ci completerà e darà un senso alla nostra vita.
Come giustamente dice la cameriera Alice nella famosa sitcom degli anni ’70 “…la cosa importante, quella che fa funzionare tutto, è il volersi bene”. Aldilà dei discorsi altisonanti, delle promesse solenni, delle filosofie tantriche o delle unioni mistiche, credo in effetti che l’impegno quotidiano a voler-si bene (riflessivo) e volersi bene (reciproco) sia tra le imprese più nobili ed elevate a cui un essere umano possa dedicarsi su questo pianeta.


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giovedì 22 dicembre 2016

HOW MUCH CAN I TAKE? - Dare e ricevere

“There's a goddess in the doorway - C’è una dea sulla soglia
Asking how much can I take - che mi chiede quanto sono capace di prendere
And it looks like she's heading my way - Sembra che stia guidando la mia strada
There's a goddess in the doorway - c’è una dea sulla soglia”  (Mick Jagger)


Negli ultimi giorni mi sono accaduti una serie di piccoli ma importanti episodi che, ancora una volta, mi hanno fatto riflettere su come si possa realmente imparare qualcosa da chiunque incrociamo sul nostro cammino, si tratti anche solo dell’incontro di un attimo. 
Persone che, erroneamente e arrogantemente, ritenevo poco capaci di provare, figuriamoci di esprimere, sentimenti di gratitudine, affetto o dolcezza mi sono state ‘maestre’ a tutti gli effetti nel dimostrare concretamente di tali qualità. Alla luce di questo, mi è tornato in mente uno dei tormentoni tipici dell’esperienza relazionale umana, ossia l’intramontabile “perché do sempre così tanto e ricevo sempre così poco?” 


I recenti episodi di cui scrivevo sopra hanno un po’ ribaltato la prospettiva con cui generalmente tendiamo a valutare le nostre relazioni, specialmente quelle più strette o intime. Mi chiedo infatti adesso quanto siamo noi realmente capaci di ricevere: di avere occhi per vedere, orecchie per udire e braccia per accogliere ciò che l’altro ci sta dando o indicando mentre noi siamo tutti indaffarati a tentare di ‘educarlo’, ‘correggerlo’, ‘migliorarlo’.
Quanto siamo aperti alla bellezza dell’altro?  Quanto siamo in grado di percepire, non voglio nemmeno dire di apprezzare, quelle qualità che lui (o lei) ha sviluppato e che, sia mai,  potrebbero essere utili anche a noi? Siamo, in genere, molto bravi a elargire consigli, fare diagnosi e a imbastire interventi correttivi - specialmente sul prossimo - trascurando però lo stesso messaggio educativo che il prossimo, già con la sua semplice presenza e modo di essere, ci sta offrendo. 


Forse è il caso di provare ad aprire un maggior spazio di ascolto, apprezzamento e incoraggiamento nei confronti delle persone che ci circondano, siano esse genitori, figli, amici o partner. Un tale tentativo potrebbe sanare e  potenziare la maggior parte delle nostre relazioni o, se non altro, potrebbe favorire un nuovo modo di vedere noi stessi: con più simpatia, accettazione e, perché no, magari anche con più amore.


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martedì 13 dicembre 2016

SENTIAMO SEMPRE PIÙ SPESSO PARLARE DI CAMBIAMENTO - Una riflessione di Carlo Pagliai

Posto qui di seguito un articolo di Carlo Pagliai, con una riflessione volutamente un po' provocatoria sulle dinamiche del 'cambiamento' all'interno della coppia:


Sentiamo sempre più spesso parlare di Cambiamento, di Crescita personale e di cambiamenti interiori. 
Ognuno di noi cresce con propri archetipi ricevuti dall'ambiente circostante, in primis dai genitori. Crescendo attribuiamo a noi stessi un proprio archetipo, e lo stesso facciamo con il prossimo. Ad ogni persona e ai nostri partners assegniamo un vero e proprio "timbro mentale", in termini informatici apponiamo un "link" del tipo: "persona X, carattere e personalità Y".
Questo tipo di relazione, vincolo o link, come preferiamo chiamarlo, diventa talmente forte che ristrutturarlo può diventare una enorme fatica, in grado di assorbire energie mentali notevoli.
A volte chiediamo al partner stesso un cambiamento, anche con una certa pressione, sbagliando! 
Il rapporto col partner non va instaurato con "pressione", bensì con complicità. E cos'è la complicità ? La prima cosa che viene in mente è la coppia di persone che trasgredisce una regola, azione felicemente condivisa prima, durante e dopo il compimento. La complicità si manifesta senza pensarci tanto, senza sensi di colpa e con l'eccitazione che scorre nelle vene nel fare proprio questa cosa assieme. A volte si manifesta con un semplice sguardo, come se fosse magia o telepatia.
In mancanza di complicità col partner, una possibile alternativa diventa la rassegnazione lassista da una parte, e accetti di vivere il rapporto con la stessa rassegnazione che ti hanno inculcato le tue figure significative, accettando quindi il loro modello di un rapporto con l'altro sesso basato su compromessi e pigra accettazione".
L'altra alternativa può essere il "pressing". Ti rendi conto di non voler più accettare l'attuale relazione stagnante col partner, diventi consapevole e desideroso di cambiamenti verso il partner perché nel frattempo tu sei cambiato. Ed è così che inizi a fare pressing, chiedendo modifiche, manifestando i tuoi desiderata in diversi modalità. Conversazioni, mail, immagini, sms, whatsapp, messaggi segreti: tutto inutile. Neppure triangolando attraverso la persona amica più prossima al partner, le tue comunicazioni arrivano al ricevente, e ricevi zero feedback. Se tutto va bene, la risposta è un assordante silenzio. Se tutto va male, il partner ti risponde con un laconico languoroso "o mi accetti o cambia partner".
In quel preciso istante, nel grande gioco dell'oca chiamato "vita", torni indietro di qualche casella indicata dal partner, imponendoti anche l'accettazione del suo archetipo. Il tuo tentativo di pressing non solo va a vuoto, ma si ritorce un contropressing: ha vinto la pressione uguale e contraria del partner, mentre la tua è dissipata.
Quindi, come una molla tesa, la tua aspettativa di cambiamento del partner torna allo stato di quiete, con tutta la resilienza possibile. E il tuo stato d'animo ? Anch'esso torna indietro di qualche casella.
Esiste sempre una terza via. Poniamo una domanda provocatoria: nel momento in cui il partner si "pieghi" alla pressione dei "desiderata", la tua mente che ha associato un certo archetipo per esso, è in grado di dissociare, formattare e riassegnare un nuovo archetipo?
Mi spiego meglio in maniera più provocatoria: il tuo partner per quindici anni rifiuta di condividere e vivere con complicità; se per qualche ragione compiesse quel tanto atteso cambiamento, tu saresti pronto per relazionarti in presenza del cambiamento ?
Essere in grado di rapportarsi con una persona che ha fatto cambiamenti, e che alla tua percezione appare totalmente difforme all'archetipo che hai di esso, non è proprio semplice. 
La domanda da porsi è se siamo pronti a vivere con lo stesso contenitore "partner" ma con un contenuto diverso, resettato e formattato proprio come un sistema operativo di un computer.
Mi viene in mente il più classico dei classici episodi da  cartone animato in cui si scambiano i cervelli tra due personaggi. Ognuno di noi a quel personaggio attribuisce un significato, un comportamento, un modello comportamentale. In ingegneria il termine "modello" presuppone la prevedibilità di un comportamento, come un insieme di stringhe "if else", cioè una serie di azioni che avvengono sotto condizioni. Se avviene questo, allora avviene quest'altro. Un banale modello previsionale. 
Anche la nostra mente è abile ad attribuire uno specifico modello previsionale per ogni persona. 
Come un gigantesco software, la nostra mente assegna una serie di "if else" ad ogni persona, e soprattutto al partner, la persona con cui siamo destinati a trascorrere la maggior parte del tempo. L'archetipo che assegniamo al partner contiene appunto tutti questi "se allora" sedimentati nel corso del tempo, proprio come fa la sabbia sul fondale marino.
Nel momento in cui il nostro software mentale ha stratificato un notevole archetipo del partner, siamo in grado di ristrutturarlo ?
Se da una parte ci brucia la frustrazione del suo mancato cambiamento, dall'altra sei sicuro che non possa intimorirti il suo cambiamento stesso ?
Vivi da anni con un partner "pecora": se nel giro di poco tempo diventasse "leone", la tua mente sarebbe in grado di operare la stessa sostituzione che ha fatto il partner ?
In questo caso gioca non solo la sostanza, ma anche la variabile "velocità": la tua velocità di cambiamento mentale sull'archetipo previgente è minore, uguale o maggiore della velocità di cambiamento del partner?
Si ritorna un po’ alla definizione iniziale. Se la tua velocità mentale è uguale o maggiore del partner, si rientra nell'ambito della complicità.
Se fosse inferiore, ahimè, il problema non è più il non-cambiamento del partner, ma il tuo cambiamento rispetto a quello del partner.
Anni e anni passati nell'attesa di una mutazione dell'altro, formati da paure miste a frustrazione, potrebbero cambiare punto di destinazione, passando dal partner a te stesso.
Quindi, prima di pretendere il cambiamento dal prossimo, bisogna verificare di essere in grado di accertarne l'effettivo manifestarsi, oppure l'aspettativa dei tuoi accorati desiderata rischia di ritorcersi contro. Amplificatamente, aggiungerei.
Carlo Pagliai.


giovedì 24 novembre 2016

TRASCENDERE E/O RISOLVERE

“Devo far cambiare il campanello: suona sempre quando sono in bagno.” (Anonimo)



Come dice il maestro Mooji, “si fa prima a illuminarsi che a risolvere tutti i nostri problemi”. Questo per dire che è più risolutivo modificare la nostra posizione mentale che tentare (spesso inutilmente) di cambiare le situazioni, le cose o le persone che ci circondano. 
Ciò, sia chiaro, non deve diventare un giustificativo per non prendere responsabilità verso la nostra vita. Tuttavia, l’atto e la volontà di trascendere il problema ci aiuta a porre un certo spazio tra noi ed esso senza farcene ossessionare mentalmente o devastare emotivamente - reazioni effettivamente poco consigliabili e poco efficaci.
Per quello che mi riguarda, sono rimasta disillusa dall’odierna mentalità new-age salutista/evoluzionista tanto quanto dalla vecchia visione materialista/interventista. Apparentemente agli antipodi, in realtà entrambe convengono su questo assunto di base: ‘se e solo se risolvi (correggi, migliori) questo e quest’altro di te e del mondo, allora avrai il permesso e il diritto di esser felice (risvegliato, illuminato, in pace).’


Il punto è che, non so se qualcuno ha notato, appena ci sembra di aver risolto un problema, sia esso di natura fisica, sentimentale o psico-spirituale, ecco che ne spunta  subito fuori un altro a richiamare con urgenza la nostra attenzione. Se poi, per qualche strano caso, ci sentissimo invece abbastanza ‘a posto’ e risolti, sicuramente comparirà nostra madre, nostro marito o il nostro miglior amico a puntare il dito su un altro dei nostri errori, misfatti o difetti. 
Andiamo avanti una vita, tutti presi e indaffarati a risolvere un problema dietro l’altro, rimandando e mettendo infinite condizioni alla felicità, alla pace,  alla realizzazione. Questo accade perché la personalità umana stessa, a meno che non sia allineata con qualche principio superiore, è costruita appositamente per ‘cercare e non trovare’, per ‘essere felice solo se…’ e quindi per creare e vedere problemi sempre e ovunque.


Prendiamo un esempio terra-terra: il nostro corpo fisico. Per quanti vaccini gli facciamo, per quante bacche di goji gli propiniamo, per quanto yoga o meditazione gli somministriamo, alla fine è destinato a non farcela. Quindi non so quanto sia funzionale pensare ‘finché non guarisco il mio diverticolo intestinale o, psicosomaticamente parlando, finché non guarisco il rapporto con mia madre, non potrò essere felice, realizzato, in pace.’ E’ un autoinganno della mente tanto quanto il pensiero ‘Finché i miei figli non hanno trovato un lavoro e si sono sistemati, io non posso essere felice/realizzato/in pace.’
Il maestro Mooji riduce drasticamente gli infiniti problemi dell’individuo e della collettività umana a uno solo: la personalità o l’ego - il generatore stesso dei problemi. Una delle sue citazioni più incisive infatti è  che “Non esistono problemi personali: la personalità è il problema”. E continua, con spietata lucidità “la personalità è sempre in uno stadio terminale…perché  sicuramente termina”.


Trascendere significa dunque compiere quel balzo quantico che sposta il nostro punto d’identificazione da ‘Sara Bini’ o ‘Mario Rossi’ a quel principio superiore, immutabile, indistruttibile e incontaminabile che è la nostra coscienza, la nostra anima o essenza interiore. Riconosciamo di essere in tale stato allorché non pensiamo all’ ‘io, me, mio’ e magari contempliamo qualcosa di bello; oppure quando condividiamo di cuore qualcosa con qualcun altro senza pensare ai nostri tornaconti. Inoltre contattiamo tale principio vitale ogni volta che osserviamo spassionatamente un problema invece di angosciarci e agire freneticamente per ‘sistemarlo’. 
Paradossalmente e quasi magicamente, è proprio dal cercare questo punto di osservazione libera, questo luogo al di sopra del conflitto che spesso procedono le azioni e i pensieri ispirati : quelli che si occupano efficacemente della questione in corso o la eliminano alla radice, riconoscendola come un falso-problema.


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martedì 4 ottobre 2016

Infective affinities 4 - Going wrong…is almost good!

“Good, now that this experience has given its results, not extraordinary, but largely sufficient to consider it over, I’ll change my scenery, in search of new adventures” (Sara Bini)



When Hilde had heard him talking about friendship, she had been innerly shaken by a big, deep laughter. She hadn’t even bothered to contradict him. Thanks to this smart-ass definition, by which he was attempting to sugarcoat his motives, he had mainly defined himself. For her Mark was not even to be regarded as an acquaintance, much less as a friend! If he had justified himself by saying “I had been clear from the beginning, I wanted to remain single”, she could have answered that she had been as clear as well: she didn’t want any friends with benefits. So, no friends as before - but no enemies either. The little they had felt about the little that had occurred could be easily forgiven as well as forgotten.


Hilde chuckled. The Universe was really a friendly place, after all. No matter how naive she could be and although she kept involving herself in filthies of all kinds, life moved on in such a benevolent way that she got quickly released without too much damage.
The sun had set down and the purple sky was turning into a clear, starry night. Boy, Hilde thought all of a sudden, there was another turnaround for the original statement. From her bed, Hilde grasped a pencil and a paper and wrote down: “I shouldn’t have had another man”. Honestly, also this one was pretty true. Hilde laughed heartily and fell asleep peacefully.  


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Infective affinities 3 - Of course he should have had another woman!!

“I thank all my partners because they all have taught me, one way or another, to do without them . They’ve been my teachers of Freedom” (Sara Bini)


“Mark should have had another woman”, three reasons why this statement - and this kind of reality - were better than the original one. 

  1. First, because now it was her (or their) turn to go through his photo exhibitions, through the boring trip along the river and his very embarrassed friends, who every month had to get acquainted with a new lady. 
  1. Secondly, because she, Hilde, was finally over with with his performance anxieties and obsessive needs of validation especially before, during and after the embrace. Unluckily for him, she was also particularly thick on this respect. When, after their first intercourse, he asked “How are you feeling now?” she candidly answered “Well, bit of a sore throat and I have an ingrown toenail. I could be better, thanks for asking.”
  2. Finally, because she was definitively spared from his lame clichés parade which he invariably sold to every damsel on shift. These commonplaces included pearls such as “I am a free spirit” “Women are never free spirits” “All women inevitably fall in love with me” “Anyway, I want to stay friends with you”. 

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